Viaggio in Armenia

Armenia, Yerevan, meraviglie fra oriente ed occidente

Raccontare l’Armenia non è un compito semplice, per le numerose sensazioni ed immagini che si affollano alla mente dopo questo viaggio; si può dire che il suo tratto distintivo sia il contrasto: uno stato giovane, la cui indipendenza risale al 1991, ma con una tradizione bi millenaria alle spalle; un territorio piccolo (più o meno come la Lombardia) che però in passato si estendeva dal mar Caspio al mar Nero formando la Grande Armenia; la vita di una capitale moderna e popolosa e i ritmi ancestrali di villaggi fuori dal tempo e dal mondo.

Il viaggio comincia proprio da Yerevan, la capitale, posta su un altopiano a 1200 metri; una visuale panoramica dall’alto svela anche qui i contrasti mostrando le sue rosee costruzioni di tufo, i bei parchi e gli squallidi palazzoni del periodo sovietico; da un lato domina l’enorme statua della Madre Armenia, dall’altro svetta la mole del monte Ararat scintillante di nevi.

Si intuisce già che non si può intraprendere un viaggio in Armenia senza fare i conti con la storia, perché in questo paese non si viene semplicemente per vedere: bisogna comprendere e ricordare.
Il primo pugno nello stomaco arriva subito con la visita al Museo del Genocidio e al Mausoleo commemorativo; l’esposizione di documenti e foto storiche che ricordano lo sterminio sistematico del popolo armeno effettuato dal Governo dei Giovani Turchi nel 1915 (olocausto ancora misconosciuto e negato) è un punto di partenza necessario per cominciare a capire la realtà dell’Armenia; la nostra guida, che pure è giovane e non ha vissuto direttamente quel periodo, piange nel raccontare e nel ricordare; ogni Armeno è parte di una famiglia smembrata ed ha la sua personale diaspora, che continua tuttora per le fragili condizioni economiche che rendono necessaria l’emigrazione. Anche al Mausoleo il dolore è ancora palpabile; preghiamo insieme e pure chi si astiene dal farlo ha un atteggiamento di composto rispetto.

Però la vita va avanti anche con allegria e per le strade del centro di Yerevan si vedono locali piacevoli, bei negozi e animazione; di sera nella grande piazza della Repubblica un’enorme fontana luminosa danza al ritmo di musiche popolari e classiche e la gente si ritrova, i giovani si incontrano e scherzano come in tante altre parti del mondo; i nodi irrisolti della politica sembrano lontani, c’è pace e voglia di tranquillità.

Il tour del paese è incentrato sulle visite alle chiese dei monasteri, costruiti dal VII al XIII secolo, simili apparentemente nella tipologia architettonica, ma ben distinguibili per le loro peculiarità e per la posizione in cui sono situati: Saghmosavank e Hovhannavank sull’orlo di rossastre gole a precipizio, Sevanavank alta sul blu del lago Sevan, detto lo “smeraldo dell’Armenia”, Noravank di tufo rosato sotto incombenti montagne di un color rosso acceso, Haghartsin con gli splendidi locali monastici nel verde di un bosco remoto, Goshavank nel villaggio di campagna, col suo bel campanile ed il prete che ha voluto incontrarci come ospiti benvenuti e ci ha dato la sua benedizione.
A Echmiadzin, il cosiddetto Vaticano armeno, abbiamo atteso l’arrivo del Katholicòs, la loro suprema autorità religiosa, accompagnato da uno stuolo di sacerdoti e accolto da una folla di devoti e abbiamo percepito meglio la fede profonda di questo popolo che dice”La fede per noi è come il colore della pelle” cioè qualcosa di indivisibile dalla propria natura.

E poi altre chiese ed altri incontri: il piccolo ristorante lungo il fiume con le casette di legno e il cibo semplice delle campagne; la tavolata sotto i meli, dove le donne preparano per noi il loro pane, il “lavash” simile alla piadina, cotto lì per lì nella giara di coccio interrata; un coinvolgente e raffinato spettacolo di musica e danze popolari, ispirato ai poemi e alla storia armena; la stupenda chiesa di Ghegard, in parte scavata nella roccia come una Petra armena, dove i cantori intonano un canto melodioso a prova dell’acustica eccezionale del luogo; altri cori, stavolta dei turisti italiani, a cui i musicisti armeni si aggiungono con entusiasmo perché amano le nostre canzoni, prima ventata di libertà concessa dall’Urss dopo anni di totale chiusura al mondo; Khor Virap, luogo di prigionia di san Gregorio, dominato dal monte Ararat, così vicino che pare quasi di toccarlo mentre il monte simbolo del paese è in territorio turco e perciò per gli Armeni irraggiungibile come un sogno, visione dolente come una ferita insanabile.

Tante altre immagini si riportano da questo viaggio: una natura varia, di alte montagne innevate, praterie steppose, zone agricole fertili e ben coltivate, fitti boschi, pascoli con armenti di buoi e greggi guidati da pastori nomadi, su tutto un cielo di un intenso azzurro pulito. Ma soprattutto rimane la conoscenza di un popolo ospitale e orgoglioso, ferito ma forte, fiero della propria identità, con cui è difficile comprendersi per la barriera della lingua (per cui è stata importante l’opera di una valida guida, capace mediatore culturale fra due mondi lontani), anche se spesso il cuore trova altre vie meno convenzionali di comprensione.

Sì, da questo viaggio si riporta proprio, oltre alle tante belle immagini dei luoghi, il calore di questo incontro, insieme al desiderio di sapere di più e di voler ricordare, perché l’indifferenza spesso permette che le atrocità della storia si ripetano.

Paola Baldoni